In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». (Es. 3,1-8a)

Mi soffermo questa volta sulla prima lettura della liturgia domenicale che in tempo di quaresima ci presenta alcuni protagonisti della storia della salvezza come Abramo (domenica scorso) o Mosè (in questo caso). L’episodio è quello della sua vocazione, del roveto ardente che colgo nella decorazione musiva parietale della Basilica di San Vitale a Ravenna, tra i massimi esempi di arte bizantina in Italia e patrimonio dell’UNESCO dal 1996. L’opera (VI secolo) dai ricchi intensi colori, vede al centro un giovane Mosè, vestito con tunica e pallio bianco su cui compare una gammadia (veste trapunta con l’ornamento del gamma greco maiuscolo), con il capo nimbato, mentre si toglie il sandalo prima di entrare nel roveto ardente. E’ rappresentato nello stesso abbigliamento della scena precedente, mentre con la mano si slaccia il calzare sinistro. Lo sfondo roccioso indica il monte Horeb, con fiammelle guizzanti che ardono qua e là. Mosè ha lo sguardo rivolto verso il cielo dove, tra nuvole bianche, rosse e blu, compare la destra di Dio.
Mosè in questo spazio sacro vede un roveto che, in tutte le letterature è un’immagine dell’uomo. “Nello spazio sacro, -scrive il gesuita p. Jean Paul Hernandez – proprio perché è vuoto, l’uomo si trova di fronte a sé stesso, (….) oltre il limite del deserto, (…) come un altro.”
Nel luogo sacro l’uomo si scopre come contenitore del sacro, come luogo sacro. Mosè si è avvicinato “per vedere”. Dio lo fa avvicinare ma per “parlargli” e, chiedendogli di togliersi i sandali, gli sta dicendo di sentirsi a casa. Ma anche di non aver paura di un contatto diretto, pelle a pelle, fisico.